Della noia e del dettaglio (Il Re Pallido, DFW)

1 Mag

La burocrazia e la noia. Scrivere di burocrazia e di noia senza essere appassionanti come il manuale del commercialista e soporiferi come il Tavor è molto, molto difficile. Così difficile che pochi autori ci provano – perché oltre che difficile è naturalmente tedioso in sé e richiede competenze specifiche complesse, quindi perché mettersi a scrivere del sistema delle tasse e dell’incasellamento del singolo liquidatore quando si può scrivere di pirati ciechi e alieni blu?

Pochissimi scrittori sono in grado non solo di cavalcare il mostro a due teste della noia e della burocrazia, ma addirittura di farcele percepire al secondo grado – non ad annoiarci, ma a farci sentire cosa sia la noia, cosa sia rimanere tutto il giorno seduti alla stessa scrivania processando una pratica dopo l’altra sapendo che non cambierà, non cambierà mai, per anni e anni. Vengono in mente solo Kafka e David Foster Wallace: forse ce ne sono altri, ma dubito che siano molti.

Ne Il re pallido, la noia ha diritto a ampissimo spazio. Non è solo la noia, le noie diverse, dei singoli impiegati dell’agenzia delle imposte (anche se è soprattutto quella). E’ anche la noia degli studenti svogliati per cui una sera in biblioteca e una al pub hanno esattamente lo stesso peso, la noia delle peregrinazioni lunghissime in camper, la noia insomma dei gesti ripetuti senza un senso forte. E’ una noia che tocca nell’intimo e così pervasiva, così pessimista di per sé che andava in qualche modo mitigata. DFW sceglie la strada golosa dell’autobiografia: nel libro vari paragrafi sono narrati dall'”autore stesso”, o da un narratore che si finge tale, che si finge David Wallace e ci racconta la genesi del libro, il suo percorso universitario e perché da ragazzo lavorò per un anno per l’Agenzia delle Entrate americana. La messa in scena dell’autore, ricca di dettagli sul carattere e sulla famiglia, fino al brutto stato della sua pelle da giovane, è  particolarmente commovente in un romanzo rimasto incompiuto causa suicidio e suscita un interesse speciale per chiunque abbia amato gli altri libri di DFW.

Tuttavia, tuttavia, la differenza con il resto dell’opera è forte. Gli altri romanzi di DFW sono così costruiti da dare l’impressione di entrare in un tunnel dell’amore, o degli orrori: si entra al buio, si vedono una serie di scene splendide o terrificanti illuminate ad arte, ci si trova a testa in giù, si va quasi a sbattere contro un mostro gigante e di colpo si è fuori, senza aver capito nulla, ma con il cuore in gola e la voglia di rifarlo (e di rileggere). Il re pallido, purtroppo, non è così: è un susseguirsi di stanze, alcune arredate solo in parte, ma tutte pienamente illuminate. Le stanze sono interessanti, ma non ci si trova all’uscita con il battito raddoppiato.

Chi dice come orientarsi nell’opera di DFW scrive de Il re pallido: non lo leggerai. Modestamente, mi permetto di aggiungere: non lo leggerai subito, ma vorrai leggerlo dopo aver letto tutto il resto.

Il re pallido, come tutti i romanzi di David Foster Wallace, è edito Einaudi. (Le foto sono state scattate al Salone del Mobile di Milano di questo mese. La tavoletta grafica ed io abbiamo ancora una relazione difficile ma prima o poi ci capiremo, prometto.)

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