Al passo di Paolo Rumiz (e di Baronciani, un po’)

3 Ago

Come molte delle persone nate in montagna, conosco la gioia del camminare a piedi. Camminare a piedi e passeggiare possono sembrare la stessa cosa ma no, non lo sono – come chiunque può facilmente scoprire dopo sei ore di marcia sul sentiero. La prima ora di cammino fa male ai polmoni da quanto ossigeno entra: tanto, tantissimo ossigeno a sbeffeggiare le boccate di smog che mandiamo giù ogni giorno.

Oltre alla gita di un giorno, poi, c’è il viaggio a piedi. Tutto un viaggio fatto in posizione eretta, sulle proprie suole. Io ne ho fatto uno solo (cambiando completamente il percorso per strada, tra l’altro), ma me ne sono innamorata. Come del libro di Paolo Rumiz, A piedi – che ho apprezzato molto perché puntualizza aspetti anche semplici del viaggio a piedi, ma che presuppongono una buona dose di coraggio.

Prima di tutto, il ritorno alla mappa. Io non ho nessun senso dell’orientamento e potrei perdermi nella piazza del mio paesino di mille abitanti. Tuttavia mi rendo conto che l’uso spropositato di tomtom e navigatori via smarthpone rende (anche tutti gli altri) meno attenti al territorio e un po’ più persi.  Come Rumiz giustamente scrive, c’è differenza tra il navigatore GPS che ci mostra il percorso un tratto alla volta, in modo stupido, e la mappa che ci permette di capire un intinerario nella sua interezza e ricostruircelo in testa. Ben vengano le vecchie cartine pieghevoli!

Il viaggio a piedi, poi, è un viaggio naturalmente sobrio. Quando dovrete portarvi tutto il vostro bagaglio sulle spalle scoprirete subito quali oggetti inutili possano essere abbandonati. C’è sempre modo di togliere un altro chilo, essere più leggeri, scoprire quanto poco ci serva.

Un altro aspetto che ho particolarmente apprezzato di A piedi è che racconta come possano bastare pochi giorni per un viaggio a piedi. Il celebre cammino di Santiago ci ha forse abituato all’idea di viaggi lunghi mesi o svariate settimane, forse dissuadendo un po’ chi teme di non farcela così a lungo – o, banalmente, non ha tutte quelle ferie.

Rumiz ci ricorda che una settimana è sufficiente per tornare uomini che camminano e staccare completamente  dalla nostra routine quotidiana fatta di sedie, scrivanie, PC.

Senza dimenticare, però, il legame con il territorio. Rumiz è un grande viaggiatore e già i soli titoli dei suoi libri permettono di sognare un po’. Però non è per forza necessario andare in Oriente: si può partire da casa propria, trovando con i propri passi il ritmo dell’allontanarsi.

Il viaggio a piedi, oltre a essere salutare e ecologico, è anche economico: può essere fatto spesso, senza grandi budget, solo per il desiderio di conoscere ciò che ci sta intorno.

Infine, last but not least, le illustrazioni del libro sono di Alessandro Baronciani. Su Baronciani ho un po’ troppo da dire e rimando il discorso a un post ad hoc (uno? ah ah). Posso però anticiparvi che: 1) lo amo alla follia; 2) chiunque ami Bruno dovrebbe avere in libreria Le ragazze nello studio di Munari.

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2 Risposte to “Al passo di Paolo Rumiz (e di Baronciani, un po’)”

  1. Annerrima agosto 3, 2012 a 3:20 pm #

    Per andare alle origini, hai letto Camminare di Thoreau (in italiano edito Mondadori)?
    Io conosco anche un po’ di “nerd” della camminata: ti segnalo a tal proposito Luigi Nacci, anche lui triestino e appassionato di cammino, oltre che poeta molto talentuoso. Ed è anche guida in alcuni cammini. Credo che il suo blog sia nacciluigi.wordpress.com
    Beh, buona lettura e buon cammino allora 🙂

    • labrocheuse agosto 3, 2012 a 3:28 pm #

      No, non ne conosco nessuno. Ora studio. Ma grazie Anna bella!

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