Come sgraffignare il pranzo al buffet della colazione (Mama Tandoori)

3 Ott

Quando eravamo proprio piccoli era un gioco divertente: chi si metteva in tasca il pacchetto da due fette biscottate, chi riusciva a imbucare anche una piccola confezione di Nutella in vaschetta. Quel cibo era lì per noi, avevamo il diritto di mangiare quello che volevamo. Perché non approfittarne del tutto?

Mio padre è sempre stato il più entusiasta della pratica, in un perfetto misto di aria innocente e approccio sistemico ai buffet. Mia madre ha sempre espresso qualche riserva in più, ma alla fine lo lasciava fare, andandosene un po’ prima ma avendo cura di lasciargli la propria borsetta da riempire. Mio fratello Carlo ed io, invece, esageravamo – portando al tavolo piatti su piatti di pan carrè e prosciutto cotto a fette spesse. (Ricordo una vacanza in Croazia in cui abbiamo pranzato per una settimana con i panini preparati con il buffet della colazione, elargito da una generosa affittacamere in nero. Il pane croato era morbido ma consistente e teneva perfettamente, senza sbriciolarsi né seccarsi. Il mare era verde e la guerra, la loro, era finita da non tantissimo. Pranzi deliziosi, in spiaggia, all’ombra.)

Poi Carlo ed io abbiamo cominciato a crescere e, da perfetti adolescenti, a vergognarci di tutto. A arrossire, ammutolire e brontolare (come facciamo entrambi) ogni qual volta papà preparava un panino troppo in vista o quando ci beccavamo un’occhiataccia dal cameriere di turno. A sibilare “papààà!” quando si faceva beccare, a supplicare mamma con gli occhi di rimanere, a sbuffare per l’imbarazzo. A guardare il pavimento di piastrelle di un hotel di Barcellona o Lisbona sperando che ci inghiottisse – per poi invece inghiottire noi, i panini, qualche ora più tardi.

Mi dilungo perché, banalmente, so cosa si prova. Quando Ernest van der Kwast descrive sua madre che si dirige in cucina a chiedere più marmellata per la colazione in hotel, corre a caccia della minima offerta e porta a casa intere taniche di acqua di Lourdes per non sprecare e pagare quella del rubinetto ecco: io so cosa si prova.Non che siamo mai andati a Lourdes, siamo emiliani e in Emilia si dice “ci mancherebbe altro”, ma riconosco lo stato d’animo – anche se non la portata dell’ossessione. Quel mix intricatissimo di amore e vergogna, che è anche vergogna del privilegio di poter provare la vergogna stessa. Della generazione più fortunata che volta la testa a quella precedente.

Tutto Mama Tandoori, alla fine, racconta questo nodo gordiano: la quadratura del cerchio di voler sia compiacere i genitori che lasciare l’università e mettersi a scrivere – un libro sui genitori stessi. L’equazione impossibile del conservare le radici cambiando la natura del fusto. Il diritto di essere diversi e imperfetti ma amati come se si fosse perfetti, e con la forza di accettare quell’amore per come viene (fosse anche nella forma di una valigia di tubetti di dentifricio indiano).

In Mama Tandoori c’è anche di più, naturalmente: c’è la cucina tradizionale e il fratello ritardato e il bellissimo zio che parte per far fortuna in Canada con quaranta kg di giornali vecchi. Ma ve lo lascerò scoprire da soli. Sappiate solo che questa estate, nell’unica tappa lussuosa del viaggio in Malesia, il SNA ed io abbiamo svaligiato il buffet della colazione di un hotel a cinque stelle. Ci abbiamo mangiato per un giorno e mezzo. Non si sfugge a quello che si è.

E, come direbbe mio padre: non dimenticate i fazzolettini. 

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