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Le anteprime dei film dell’inverno a Lucca, da Tim Burton a Pinocchio passando per Wes Anderson

13 Nov

Da due anni Lucca Comics and Games ospita anche una sezione Movies, dedicata ai film e ai cartoni animati in uscita nella stagione successiva. Io ne ho visti quanti più possibile e sì, molti valgono la pena.

Non è del tutto fuori tema con i libri perché molti hanno qualche legame (come il bibliotecario in Moonrise Kingdom) quindi…una carrellata veloce-veloce!

1. Frankenweenie

Non so come dirlo in modo diverso: io, con Tim Burton, mi diverto. La stop motion mi affascina, adoro le occhiaia scure di tutti i personaggi, il cane è sicuramente il migliore amico dell’uomo e il gatto un mostro-pippistrello. Poi ci sono tantissime citazioni di Frankenstein e Dracula quindi: devo dire altro per convincervi?

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2. Looper

Il classico film spremi-cervello in cui si dovrebbe fare uno schemino per capire tutti i paradossi dei viaggi avanti e indietro nel tempo, ma proprio per questo può valerne la pena. Poi c’è anche Bruce Willis che spacca tutto. 

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3. Moonrise Kingdom

Wes Anderson, sposami e andiamo a vivere su una spiaggia deserta. Ok, è il film perfetto. E’ una goduria estetica. Ogni fotogramma un quadro. Vedetelo, poi rivedetelo, poi rivedetelo.   

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4. Hotel Transylvania

E’ quello più adatto per bimbi e ragazzi ma ha ritmo, oh se ha ritmo. E alla fine cantano pure.

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5. Pinocchio di Enzo D’Alò

Belle le musiche di Lucio Dalla e l’ambientazione tipicamente toscana, qualche dubbio in più sulla trasposizione della trama.

Siccome sono proprio buona e non voglio farrvi morire di invidia evito di descrivervi i contenuti speciali di Iron Man 3 e del Django di Tarantino ma ecco: forse è il caso di puntare su un abbonamento al cinema.

Con questo post si chiude la mia lunga cronaca di Lucca Comics and Games 2012. E’ stato, come al solito, molto bello, ricco, stimolante. Cerco di fissare ora una casa in centro per il 2013!

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Il bibliotecario di Wes Anderson racconta – un film di animazione

26 Lug

“Io non c’ero e se c’ero dormivo” è l’unica cosa che mi venga in mente. (Antica espressione idiolettale che non ho capito se sia propriamente emiliana, puntualmente montanara o banalmente inventata da me e la mia A-Amica Irene verso i 12 anni. In ogni caso, rende l’idea).

Però, seriamente: giugno è stato un mese complicato, fa caldo fa caldissimo, i driver audio mi vanno in crash con skype (true story) e sono, parbleu, distratta, ma come è possibile che mi sia persa questo corto di Wes Anderson? Non lo so, non trovo ragione.

Per chi, come me, non avesse ancora capito la portata dell’Avvento riepilogo un paio di tappe. Moonrise Kingdom, l’ultimo film di Wes Anderson, è stato presentato allo scorso festival di Cannes.

(Nel caso non conosciate Wes Anderson, posso solo dirvi due cose: 1) I Tenenbaum; 2) “il regista con la palette di colori più bella del decennio” – una definizione letta da qualche parte e assolutamente appropriata.)

Insomma, il film viene presentato a Cannes e distribuito subito negli USA. In Italia, per stare sul pezzo, sarà nelle sale il 5 dicembre. Come riempiamo questi 6 mesi di attesa? Grazie al cielo, Wes vede e provvede e ci regala un corto in cui il bibliotecario del film introduce sei minifilm di animazione ispirati ai libri che Suzy, la protagonista, ha rubato in biblioteca.

Ovviamente, oltre ai corti animati, anche i libri sembrano bellissimi. Chi li abbia scritti è un mistero:  Wes Anderson ha dichiarato di non averlo fatto e ad oggi non si sa ancora se i testi siano stati preparati integralmente e se saranno commercializzati. Io, ovviamente, li voglio quasi tutti.

Buoni propositi prima del 5 dicembre: rivedere tutta la filmografia Wes Anderson, inventarsi le sei storie alla base dei libri.

Nuove droghe per il caldo torrido: Black Books

26 Giu

Il mio rapporto con le serie tv richiederebbe svariate sessioni di analisi con uno psicoterapeuta, quindi mi limiterò per brevità alle sue tre dinamiche principali:

a) adoro le serie tv, anche e soprattutto se sono un po’ kitsch;

b) razionalmente trovo che guardare molte delle serie tv che divoro sia una spiccata perdita di tempo e che le ore impiegate per vedere una intera stagione di Gossip Girls potrebbero essere utilizzate in modo più utile e istruttivo, come analizzare una retrospettiva di film giapponesi del dopoguerra (o scrivere almeno una buona decina di post);

c) tuttavia, di fatto nicchio, continuo a guardare Gossip Girls con un sottile senso di colpa e tant’è.

I più accorti e viziosi di voi si saranno già accorti che questo tipo di dinamiche è tutt’altro che ignota e si applica, per esempio, al consumo sfrenato di dolci –  per non parlare del mio connubio latte+biscotti+Game of Thrones, ecco.

Però, anche se non è stato semplice, me ne sono fatta una ragione: a patto che le serie tv, debolezza da cultura pop inarginabile e goduriosa, rimanessero fuori dal blog.

E invece. E invece ho scoperto Black Books.

Per quelli di voi che soffrono di un problemino di dipendenza simile al mio dico subito che in tutto si tratta solo di 18 episodi da 22 minuti l’uno quindi no, non ci sfangate l’estate. Però la novità è proprio che è vecchio, non troppo noto e mai tradotto in italiano, quindi potreste non averlo mai visto. (E per quelli di voi che blabla: sì, si trova).

Perché recensirlo? Perché, poffarbacco, è la prima serie che trovo che sia ambientata in una libreria.  (Ci ho pensato un po’ e non me ne vengono in mente altre, ma sarò lieta di venire smentita.) La libreria, inoltre, è bellissima: è uno di quei tipici negozi all’inglese che vendono libri vecchi e nuovi e acquistano direttamente libri usati. I volumi sono ammassati un po’ dappertutto, persino sul pavimento, e a ogni inquadratura del locale mi lascio sfuggire profondi ooooh di desiderio.

Se la location non vi sembra sufficiente, ecco qualche altro motivo per vedere Black Books:

  1. I tre protagonisti sono tutti, in modo diverso, matti alcolisti divertentissimi;
  2. Vengono citati un sacco di libri, da Dickens al Piccolo libro della calma che è il protagonista indiscusso della prima puntata – ve li ricordate quei piccoli libri? Io li collezionavo, ehm, diciamo una decina di anni fa;
  3. Alcuni dei libri citati sono inventati e spesso ci si mangia le mani perché sono proprio quelli che ispirano di più;
  4. Quando mai non si ha il tempo per una puntata da 22 minuti?
  5. La pellicola e le riprese fanno davvero anni ’90, in modo quasi commovente. Ma la serie è invecchiata bene e tuttora si sobbalza dagli sghignazzi.

Nel caso proprio stasera dobbiate finire l’Ulisse di Joyce e siate rimasti schifati dalla pochezza di questo post scrivetemi pure, riceverete le mie scuse formali.

Non subito, però: prima ho un appuntamento urgente con la seconda stagione dei Borgias e la viennetta al biscotto.

No one belongs here more than Miranda

18 Giu

If there was a map of the solar system, but instead of stars it showed people and their degrees of separation, my star would be the one you had to travel the most light-years from to get to his.

Quando ho visto Me and you and everyone we know ho pianto un po’ e mi sono mangiata mezzo barattolone triple chocolate, ma alla fine mi è piaciuto. Perché portava sullo schermo quel particolare tipo di autismo della solitudine al femminile. Quel sognare ad occhi aperti il Principe Azzurro contro ogni aspettativa. Quell’indossare ancora ballerine rosa a quarant’anni e credere in scaramanzie infantili. Che è una condizione presente e molto difficile da rappresentare senza prenderla in giro e, anzi, senza escludere neanche un pezzetto del bagaglio di disperazione che si porta dietro.  

Per non parlare del fatto che le scarpette che giocano a “ME” e “YOU“, avvicinandosi e allontanandosi, sono strettamente commoventi.

 Prima o poi lo faccio con quelle giallo canarino, giuro.

 Così, quando ho scoperto che esisteva una raccolta di racconti della stessa July Miranda che aveva scritto, diretto e interpretato il film, mi ci sono fiondata sopra. Con una certa delusione, poi. Perché il tema, diciamocelo, è sempre quello. Ma se nel film riusciva a essere leggero, ironico e a tratti poetico, nei racconti il senso di incomunicabilità e distacco prevale.

La landing page del sito personale di Miranda July (ok, ok, un po’ la amo)

I racconti non sono scritti male, anzi: spesso una frase più felice delle altre mi ha colpito e convinto a rileggere, sottolineare, fare un’orecchia (sì, certo che leggo ancora in cartaceo).

Tuttavia le storie si assomigliano un po’ tutte e, per essere una raccolta, manca un po’ di varietà – più negli atteggiamenti mentali che nelle ambientazioni. Forse non era neppure il momento giusto per me, ma mi hanno fatto l’effetto di una cucchiata d’amarezza dopo l’altra e  a un certo punto sono stata tentata di dire “basta”.

Miranda July in Me and you and everyone we know

Se qualcuno fosse incuriosito darei il consiglio di leggere una storia alla volta, distanziandole nel tempo, in modo da poterle apprezzare più come singoli che come libro unico.

Per gli altri suggerisco una visita al sito dell’autrice che, ma come accipicchia farà, riesce a essere scrittrice, performer, attrice, regista e molte altre cose che le passano per la testa. Un buon esempio.

Del perché diffidare dalle sceneggiature copiate pari-pari (Cosmopolis)

30 Mag

Può esssere difficile trovare l’esempio perfetto di un film e di un libro che hanno trama identica, titolo identico, dialoghi fotocopiati e sono comunque due prodotti molto diversi. Giovani studiosi di teoria semiotica della traduzione, vi serviva un caso di studio? Voilà.

Ma andiamo con ordine. Prima di tutto, ho letto il libro perché ho visto il trailer del film. Sparatemi contro pomodori marci, lo so. Ma è andata così. Ero al cinema (a vedere Tim Burton, nda) ed è partito il trailer di questo film. Un trailer ritmatissimo, techno. Wow. E poi il regista è Cronenberg e io ho un debole per Cronenberg e per il suo modo di rileggere i libri sullo schermo.

Quindi, per la vecchia regola di prima-il-libro, ho comprato il libro.     

Il momento dell’acquisto non è stato semplice. Perché il libro aveva la stessa copertina della locandina del film e io sarò snob (sono snob) ma l’idea che Pattinson fosse scritto più grande di DeLillo un po’ mi disturbava. Poi l’ho comprato e ho scoperto che si trattava solo della sovracopertina promozionale, la vera copertina è bianca con la foto della limousine di Eric.

Il sollievo è stato temporaneo. Perché la faccia del vampiro è rimasta appiccicata a quella del protagonista e ha in qualche modo indirizzato la lettura. Il libro è un po’ come il vampiro stesso: elegante, spietato – e credo non sopporti la luce del sole. Le frasi sono minime, ridotte a 7-8 parole. I dialoghi non hanno quasi punteggiatura, scorrono sullo schermo come i titoli di borsa sui monitor a ciclo continuo. Il libro stesso scorre, scivola come l’automobile di sei metri, liscio, antipatico, attraente al massimo. Il fascino del bastardo – e infatti ho fatto il tifo per il miliardario fino in fondo. Il bastardo ha cervello, il libro è intelligente.

Nel film, no. Nel film il miliardario è noioso e capriccioso e le vicende sono un po’ sciape. Le motiviazioni non chiare. L’effetto finale non è né lucido né acuto. Sarà banale dire che il passaggio dal focus sui pensieri del protagonista presente nel libro alla mera trama senza nessuna forma di introspezione del film toglie spessore ai personaggi. Eppure è proprio così: quei pensieri servivano da cornice alla storia. Senza uno sguardo nella mente di Eric e di Benno (non vi sciupo Benno, scopritelo), Eric e Benno cadono giù. Non li capiamo. E, soprattutto, non appassionano.

Non è il solito panegirico meglio-il-libro, il-libro-sempre meglio. E’ una domanda aperta sul perché non si sia fatto qualcosa di diverso per il film per impedire che risultasse così fedele e così povero. Sul perché non si sia trovato uno stratagemma per salvarlo.

Nel frattempo, potete leggere il libro. Fatevi mordere sul collo.

Con un poco di zucchero (A Dangerous Method)

21 Mag

Che Freud abbia introdotto la cocaina in Europa. Che quasi tutti i primi psicanalisti abbiano avuto un affaire con le loro pazienti. Che la questione Ebrei VS Cristiani fosse molto più importante di quello che immaginiamo ora. Che Jung abbia passato gli ultimi anni della sua vita in una casetta in pietra che si era costruito da solo. Che la discepola Spielrein abbia lavorato di persona con Piaget, Luria, Vygotsky, Jung e Freud. Che Freud stesso abbia avuto per decenni una relazione con la sorella della moglie.

A Dangerous Method è ricco di questi fun fact. Il merito di base del lavoro di John Kerr è proprio la sua capacità di farci immergere nella quotidianità, a tratti strabiliante, delle prime menti della psicanalisi. Leggiamo le lettere, spulciamo i verbali degli incontri delle varie associazioni, rivediamo le schede dei pazienti. La dovizia dei dettagli lascia poco spazio all’idealizzazione: Freud, Jung e colleghi sono descritti nelle loro azioni più private e non mancano i riferimenti a gesti poco nobili quali esplicite omissioni in citazione, furti di idee e alleanze segrete.

Se avete quel sottile gusto pruriginoso per il gossip accademico e le querelle intellettuali (io ce l’ho, maledizione), il libro non vi lascerà insoddisfatti.

A Dangerous Method, però, è più furbo di così. Nel film, Cronenberg ha scelto esattamente i passaggi più cinematografici, più visuali per raccontare una storia legata prettamente a sottili scarti teorici – ma ci si appassiona a Spielrein/Knightley in crisi isterica e a Jung/Fassbender che percuote il suo cappotto con il bastone.

La tecnica è ripresa dallo stesso John Kerr: sembra di iniziare un romanzo, e poi a pagina 200 si realizza occielo sto leggendo un saggio sulla psicanalisi di cinquecento pagine chi-me-l’ha-fatto-fare. Personalmente dico chapeau a Cronenberg e Kerr per avermelo-fatto-fare: non avrei mai letto il libro senza aver prima visto il film e non avrei mai finito il libro se non fosse stato scritto in modo così fluido.

Non vi mentirò dicendo che non avrete mai un momento di scoramento (il mio è stato più o meno a pagina 370, quando le teorie e le varianti si sono moltiplicate in diecimila rivoletti). Però, ecco: ne vale la pena.

E iniziate dal film, che mette voglia!

Come sopravvivere alle citazioni poetiche di ‘To Rome with Love’

3 Mag

I primi appuntamenti: scagli la prima pietra chi non ha mai fatto finto di conoscere quella poesia, quel romanzo, quell‘autore per impressionare l’amato bene e piacergli forse un po’ di più. Così fanno anche Monica (Ellen Page) e Jack (Jesse Eisenberg) nell’ultimo film di Woody Allen.  Per sopravvivere alle loro schermaglie amorose (e non fare brutta figura con chi porterete al cinema), di seguito una breve guida alle citazioni principali di To Rome with Love.

1. Durante la prima cena tra Jack, la sua ragazza Sally e la nuova arrivata Monica, quest’ultima nota che Jack sta leggendo i Collected poems di W.B. Yeats e prorompe in un ispirato Quel mare tormentato dal gong!. Si tratta del gong-tormented sea del poema Byzantium, composto nel 1930.

2. Quando Jack adula Monica dicendole che sarebbe perfetta per interpretare “la signorina Giulia” si riferisce a La Signorina Juliescritto da Strindberg nel 1888. L’opera suscitò scandalo perché affrontava la tematiche dell’amore tra classi sociali diverse e dell’emancipazione femminile: proprio per questo il ruolo sovversivo di Julie è ritenuto adatto a Monica.

3. Mentre l’attrazione reciproca diviene sempre più evidente Monica dichiara che solo la sofferenza intima e profonda può rendere un uomo attraente ai suoi occhi.  L’angoscia dell’esistenza, in varie declinazioni, è evocata grazie a citazioni di Kierkegaard e Camus.

4. In uno degli ultimi dialoghi tra i due amanti si parla dei petali su un ramo umido e nero: il senso di solitudine e incomunicabilità nascono da una poesia in due versi di Ezra Pound, In una stazione del Metrò.

5. Infine, Rilke viene nominato spesso e sembra di sentire l’eco del suo Ti ricordi ancora di Roma, cara Lou?, aforisma dedicato alla città eterna.

To Rome with Love (Woody Allen, 2012) è nelle sale cinematografiche italiane dal 20 aprile 2012. Qui la scheda IMDb del film.

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