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Letto e viaggiato: in Turchia con Valentina, Hikmet, Pamuk e Ozpetek (quest’ultimo, sì, letteralmente)

8 Ott

Questa intervista necessita di un piccolo racconto di introduzione. La persona che ci porterà in Turchia oggi è Valentina Arena, regista e videomaker, che al momento si occupa soprattutto della realizzazione di cortometraggi, documentari e laboratori di formazione (una di quelle persone che toccano con mano in modo preciso il significato del termine artista indipendente, se mi è concesso scriverlo).

Conosco Valentina da quando siamo eravamo entrambe alla scuola materna (la stessa) ed entrambe eravamo anche state selezionate per il ruolo di Puffetta sul carro di Carnevale dei Puffi: all’epoca eravamo tutte e due molto bionde – lei lo è rimasta, io no. Poi con gli anni abbiamo lavorato insieme a varie produzioni teatrali e musicali, visto tutti i film che ha passato il cinemino di paese (Hulk compreso) e discusso più o meno diecimila volte dell’effettivo significato de Il pescatore di De Andrè (il pescatore, chiaramente, non viene ucciso – vero?).

Insomma, quando ho visto le sue foto abbiamo iniziato un lungo carteggio in cui io stessa confessavo come il mio immaginario sulla Turchia fosse più un immaginario filmico che non letterario: colpa dei film di Akin ma anche e soprattutto dal fatto che è stata la scena madre de La finestra di fronte, di Ozpetek, a farmi scoprire Hikmet e il suo le tue parole erano uomini – sì, avrò visto almeno tre volte quel film e la presenza di un giovane Stefano Accorsi in un ruolo fascinoso no, non ha influenzato in nessun modo il mio giudizio su di esso (lo amo).

Poi, Hikmet a parte, le mail sono proseguite e ci siamo trovate a scrivere di Pamuk e dei miei rimuginii su Il museo dell’innocenza – bello, bello, bello ma…non bellissimo. Come sempre in questi casi mi scopro poi abbastanza ignorante rispetto alla letteratura contemporanea di paesi vicini-ma-non-troppo: ma da qualche ricerca posso dirvi che bisogna leggere i gialli di Esmahan Aykol e La bastarda di Istanbul di Elif Shafak (anche io provvederò). Ma ora…Valentina!

Dove sei stata? Cosa hai visitato?

Io e il mio compagno siamo stati ad Adana, in Turchia. In questa città si svolge da 19 anni l’International Golden Boll Film Festival che quest’anno ha selezionato il mio ultimo cortometraggio, Vetro, e ci ha invitato per partecipare a 4 giorni di festival. Purtroppo non abbiamo avuto tempo di girare molto perché abbiamo seguito il più possibile il festival. Non avendo modo di allontanarci abbiamo cercato di scoprire Adana, anche se si è rivelata essere una città difficile, molto industriale e molto moderna, alcune ragazzi turchi ci hanno detto che è poco rappresentativa della Turchia.

Molto bella la Sabancı Mosque, la moschea più grande della Turchia (anche se moderna, costruita nel 1999): oltre alla bellezza effettiva dell’edificio è un posto in cui si sta bene, molto pacifico e sacro (anche per i non religiosi come me). Abbiamo visto un vecchissimo ponte romano (un po’ deludente per noi italiani viziati), e poi ci siamo buttati (e persi) nelle stradine strette, spesso fatiscenti, piene di negozi di stoffe (in Adana si produce tantissimo cotone). Ci ha colpito molto la convivenza di edifici poveri e in rovina e strutture modernissime e opulente. Sorprendente anche la perfetta convivenza di oriente e occidente: per strada puoi incontrare donne con il velo e donne con vestiti corti e aderenti.    


La cosa che ti è piaciuta di più del viaggio e il rimpianto più cocente!

Nella situazione particolare in cui ci trovavamo, ovvero all’interno di un festival internazionale, la cosa che mi è piaciuta particolarmente è stata la compagnia di giovani autori provenienti dai paesi più disparati: Francia, Marocco, Egitto, Israele, Spagna … il continuo confronto con loro è stato davvero stimolante! E poi abbiamo mangiato benissimo, e qui si arriva direttamente al rimpianto più cocente: ospiti com’eravamo di un albergo non abbiamo quasi mai pranzato altrove, e questo ci ha impedito di assaggiare il kebab di Adana, che è famoso in tutta la Turchia come l’unico, vero kebab turco! Rimpiango anche di non aver visto più cose e posti, ma più che un rimpianto è uno stimolo per tornare.


Cosa ti ha stimolato in modo particolare per questo viaggio?

Sia all’andata che al ritorno abbiamo fatto scalo a Istanbul. Mi è venuto spontaneo un collegamento molto banale e in entrambe le occasioni non ho potuto fare a meno di ascoltare Istanbul dei Litfiba, dal loro bell’album Desaparecido. Ho pensato anche a La Sposa Turca, di Fatih Akin, credo che renda bene la peculiarità di certa cultura turca, moderna e antica al tempo stesso.

E poi, ovviamente, molti dei cortometraggi che abbiamo visto mi hanno fatto riflettere (sia turchi che da altri paesi mediterranei): sono rimasta sorpresa dalla maturità della riflessione sulla questione femminile (maturità che in Italia possiamo solo invidiare), e ho riflettuto molto anche su come la mia opera viene vista in paesi così “lontani” e differenti. Un esempio pratico: in Vetro c’è una scena in cui la protagonista cerca di leggere dei documenti ma non riesce perché il linguaggio è incomprensibile e inesistente. Non tutti i presenti hanno capito questo passaggio perché per loro il linguaggio “strano” che avevamo creato era perfettamente verosimile!

Nella tua attività di film-maker, quanto conta la lettura? Ci sono autori o titoli che ti hanno ispirato in modo speciale?

La lettura è molto importante, allo stesso modo della visione di film, forse anche di più.

Una delle maggiori fonti di ispirazione in assoluto per Vetro sono state le opere di Kafka; in generale invece mi sento influenzata dai generi più disparati, sicuramente tra questi la letteratura più “arcaica”, come le fiabe o la mitologia.

Infine, tre libri che consigli a tutti.

Ne scelgo tre a tema “cinema” perché credo che siano davvero molto “visivi”: Casa Desolata di Charles Dickens, La storia infinita di Michael Ende, e Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu.

Chiudo però con un piccolo aneddoto a proposito di Ozpetek: era il presidente di giuria della sezione lungometraggi nazionali del festival. Mentre aspettavamo di salire sull’aereo di ritorno nell’aeroporto di Adana lo abbiamo visto che saliva sul nostro stesso aereo – logicamente poi non lo abbiamo re-incontrato in economy class 🙂

Grazie a Valentina (e a Davide, il suo compagno) per l’intervista e le foto. Potete seguire il suo lavoro di regista tramite il suo blog e trovare altre foto del viaggio in Turchia sul suo profilo flickr.

(E prima o poi, sì: prima o poi riuscirò a andare a Istanbul anche io!)

Letto e viaggiato: l’Islanda tra vulcani, troll, ghiaccio blu, Verne e Laxness.

24 Set

Per la serie Letto e viaggiato, dopo Malesia e Scozia partiamo per l’Islanda con Marta e Ale

Dove siete stati?

Dopo averla sognata per anni, la meta di quest’anno è stata finalmente l’Islanda. Tutta, l’Islanda; o meglio, le sue parti abitate. Una volta atterrati a Reykjavík, la capitale, abbiamo noleggiato una macchina e ci siamo messi a “battere” l’isola, seguendo l’unica, piccola strada che circonda questo piccolo e strambo paese semidisabitato, fatto di ghiacciai e vulcani.

 

Qual è stato il vostro itinerario?

Siamo partiti dal sud e abbiamo percorso l’isola in senso antiorario. L’elenco e la descrizione di tutte le cose meravigliose che abbiamo visto occuperebbe un romanzo. Non possiamo però non citare, tra le altre, l’Haukadalur, ovvero il “Circolo d’oro”, con gli spettacolari geyser (che prendono il nome proprio da una località della zona, Geysir) e l’imponente cascata di Gullfoss, dove la forza dell’acqua che si rovescia e turbina da oltre 30 metri d’altezza e poi si schianta in un canyon vulcanico sembra capace di strapparti l’anima dal corpo. E poi la laguna di Jökulsárlón ai confini con l’immenso ghiacciaio Vatnajökull, dove nuotano le foche tra iceberg di un blu “spaziale”. Per non parlare del fango ribollente ai piedi del vulcano Krafla, alla cui sommità ci siamo aggirati tra rocce dalle forme impossibili e sbuffi di fumo. Inoltre, prima di rientrare a Reykjavík, dove ci siamo concessi qualche giorno di relax tra caffé, negozietti e bagni nella mitica Laguna Blu, abbiamo fatto tappa a Borgarnes, nella parte occidentale del paese, per visitare il museo dedicato alla colonizzazione dell’Islanda e alla storia del controverso vichingo e poeta Egill Skallagrímsson (da lui, tra l’altro, viene il nome della più diffusa birra islandese), le cui gesta sono narrata in una popolare saga medievale.

Cosa vi è piaciuto di più del viaggio?

Be’, diciamo l’incredibile attività vulcanica dell’isola, che si manifesta con geyser imponenti e crateri fumanti pieni di magma ribollente e gorgogliante che sbuca da fratture nel suolo: un’atmosfera che ti fa sentire davvero in un romanzo d’avventura! Anche salire su una barchetta e partire dal porto di Húsavík, nell’estremo nord, a “caccia” di balene è stata un’esperienza unica: ne abbiamo visti parecchi, di questi bestioni, e uno ci ha quasi “sfiatato” addosso! Quando s’immergono in quel mare freddo e scuro e vedi ‘sta pinna gigantesca e frastagliata che esce dall’acqua, ti sembra d’essere piombato di colpo nella preistoria: è uno spettacolo primordiale e assoluto, oltre qualsiasi tempo e spazio.

Cosa avete letto e ascoltato durante il viaggio?

Lo “spirito” del paese si confà all’avventura; così, proprio su questo ci siamo buttati: romanzi d’avventura, concime ideale con cui coltivare le emozioni che riserva un viaggio del genere. L’eterogeneità delle nostre letture islandesi è così senza ritegno: da IT di Stephen King a I tre moschettieri di Alexandre Dumas.

Oltre alle letture, nella nostra vacanza on the road è stato molto importante anche la musica. Abbiamo portato con noi diversi album di artisti islandesi, le cui sonorità si sposano alla perfezione con i paesaggi; anzi, è proprio alla luce delle cose che abbiamo visto che ora riusciamo a capire meglio da dove cavolo sono sbucate certe atmosfere musicali. Abbiamo però tralasciato orgogli nazionali arcinoti come Björk e Sigur Rós e ci siamo buttati in “novità” meno note, almeno da noi, come Sin Fang e Mùm, oltre a quei Of Monsters and Men che stanno ora riscuotendo un meritato successo internazionale. In genere, si tratta di suoni confine, tra l’elettronica e il pop rock, miscelati con un gusto che più islandese non si può.

Che libri consigliate in vista di un viaggio in Islanda?

Prima di tutto, il mitico Viaggio al centro della Terra di Jules Verne, che proprio dalla calotta glaciale dello Snæfellsjökull nei pressi di Reykjavík, faceva partire la sua immaginaria spedizione sotterranea. Poi un classico: Gente indipendente del premio nobel islandere Halldor Laxness. Infine, uno dei gialli di Arnaldur Indridason, giornalista di Reykjavik: Un caso archiviato, per esempio, è un romanzo ricco di nostalgia e misticismo, che parte dal ritrovamento di una donna impiccata nella sua villetta estiva sullo splendido lago di Pingvellir, dove il paesaggio nebbioso e irreale ben si presta a  nascondere fantasmi e … segreti scomodi.

Islanda a parte, consigliate tre libri.

Va bene lo stesso se sono quattro? Due romanzi, un’opera teatrale e un saggio: Albert Camus, Lo straniero; Vamba, Il giornalino di Gian Burrasca; Anton Čechov, Il gabbiano; Colin Ward, Anarchia come organizzazione.

Un abbraccio e un grande grazie a Marta e Ale che hanno, tra l’altro, risvegliato in me il desiderio compulsivo di partire per questa terra di ice and fire (semi cit. nerd). Vi sono piaciute le foto? Ne vedete altre sul profilo flickr di Marta. 

Volete raccontarmi il vostro viaggio e cosa avete letto in vacanza? Scrivetemi a labrocheuse (chiocciola) gmail (punto) com

Letto e viaggiato: Laura incontra la Scozia, le cornamuse, Welsh, Burns (e molto altro)

17 Set
Per la serie Letto e viaggiato, Laura ci racconta delle sue vacanze in Scozia – sì, avete già conosciuto Laura qui.  
Dove sei stata? Qual è stato il vostro itinerario?
Scozia! Prevalentemente Lowlands, con una piccola incursione nelle Highlands meridionali. Arrivo a Edimburgo, giusto in tempo per la fine del Fringe Festival, uno dei festival delle arti più grandi al mondo, a cui, tra l’altro, si affiancano un sacco di festival collaterali, tra cui anche il Festival internazionale del libro. Dopo 3 giorni (troppo pochi!) abbiamo preso una macchina a noleggio e ci siamo diretti alla Rosslyn Chapel (resa famosa dal libro di Dan Brown Il Codice Da Vinci), a Perth, per visitare lo Scone Palace, località, citata nel Macbeth, in cui venivano incoronati i re scozzesi, e il castello di Sterling (bello il primo, evitabile il secondo), poi Oban, cittadina di mare nata intorno a una distilleria di whiskey sulla costa occidentale e infine Glasgow, città natale di Mackintosh e ex-polo industriale.
La cosa che ti è piaciuta di più del viaggio e il rimpianto più cocente!
L’atmosfera di Edimburgo, vivace e rilassata al tempo stesso e l’ospitalità degli scozzesi. Pensavo di incontrare un popolo più chiuso e invece sono fieri della loro terra e non vedono l’ora di raccontarla a chi la vuole conoscere. A Edimburgo, durante il festival, dei volontari organizzano tour guidati gratuiti per il Royal Mile, svelando la storia segreta della città attraverso quelle di personaggi di spicco che ci hanno vissuto. Allo Scone Palace c’è un assistente in ogni stanza che, una volta rotto il ghiaccio chiedendoti la nazionalità, trova un punto di connessione tra essa e qualcosa del patrimonio del palazzo e inizia a raccontare aneddoti.  E anche le persone, anche quelle con la faccia più truce che fumano fuori dai pub, appena chiedi un’informazione si aprono in un sorriso e cercano di essere d’aiuto.
Più che un rimpianto, un motivo per tornare: in Scozia chiude tutto molto presto e non siamo riusciti a vedere tutto quello che avremmo voluto. Una cosa di cui non sono riuscita a capacitarmi sono i Cafè che servono tè e dolcetti, che chiudono alle 17…ma in effetti per loro è giusto un’oretta prima di cena e ci sta che non sentano il bisogno di far merenda come un turista il cui ultimo pasto risale alla colazione (ehm). Quello che mi è dispiaciuto di più è non essere riusciti a vedere le isolette al largo di Oban con i relativi abitanti (foche e pulcinelle di mare) e i panorami delle Highlands, ma, come dicevo, è un motivo per tornare.
Cosa hai letto durante il viaggio?
A questo punto devo fare outing: io durante i viaggi, a meno che non si prevedano lunghi spostamenti in treno – unico mezzo di trasporto su cui riesca a leggere – non porto alcun libro. La sera preferisco fare una passeggiata per vedere come cambiano le città di notte e durante il giorno ci sono pochi spazi vuoti, che nel caso riempio chiacchierando con eventuali compagni di viaggio. Principalmente leggo le pubblicazioni locali relative alle attività in corso nel luogo dove mi trovo. Di solito però compro almeno un libro in loco. Questa volta ho fatto tripletta: sono stata incuriosita da The Stone of Destiny, di Ian Hamilton, la storia di come alcuni studenti, tra cui l’autore, negli anni Cinquanta rubarono la “Pietra del destino” da Westminster Abbey per riportarla sul suo suolo natio. La pietra è una specie di panca composta da tre blocchi di pietra ad indicare l’unità del popolo, del governo e della terra scozzesi, su cui, da quando si ha memoria, venivano incoronati i re di Scozia (e infatti una copia si trova allo Scone Palace). Era stata portata a Londra da Edoardo I d’Inghilterra nel XIII secolo e non era mai stata restituita. Quattro studenti con forti sentimenti nazionalisti consideravano giusto riaverla su suolo scozzese e il giorno di Natale del 1950 la prelevarono dall’abbazia inglese dove vengono incoronati i re Britannici e la riportarono in Scozia. E’ stato un momento importante nella storia della ridefinizione dell’identità scozzese e mi è sembrato che il libro che lo racconta potesse aiutarmi a capire meglio l’orgoglio scozzese.
Gli altri due libri sono un libricino di poesie di Robert Burns, poeta scozzese che non conoscevo e che mi è stato presentato dalla commessa come “una volta che avrai letto le sue parole capirai perché aveva tanto successo con le donne…se a me un uomo parlasse così…Uh!”. Il terzo non è proprio un libro: è un catalogo. Il catalogo della mostra del 150° anniversario della Edimburgh Photographic Society: le foto sono bellissime e visitare la mostra è stato un fuoriprogramma che ha entusiasmato tutti. Tra gli altri libri che avevo adocchiato ci sono quelli ambientati a Edimburgo di Alexander McCall Smith (44 Scotland Street, Espresso Tales) e di Irvin Welsh (Trainspotting), e One city, un libro con tre racconti ambientati a Edimburgo di Welsh, Rankin e McCall Smith, con prefazione di J.K. Rowling …messi nella “to read list” ora che ho conosciuto le atmosfere in cui sono ambientati.
Oltre ai libri, c’era altro che ti aveva stimolato in modo particolare per questo viaggio?
Sì, a dire il vero la componente extra-libri per questo viaggio è stata preponderante. Alla Scozia associo musica e paesaggi, cornamuse, colline verdi e scogliere a picco (senza stereotipi, eh!). In particolare, una canzone che ho sentito per la prima volta durante uno spettacolo del Teatro delle Albe di Ravenna: Scotland the Brave. Sarà stato Braveheart (altro riferimento), ma è pavloviano: Cornamusa = verde, vento e libertà! 
Infine, 3 libri che consigli!
Quelli presi in Scozia li sto leggendo ora. Tra gli ultimi che ho letto che mi hanno aperto una porta verso una parte di mondo e di vita che mi incuriosiva, ma che non conoscevo bene:
1. Just Kids, di Patti Smith. Per scoprire la New York anni ’70, la voglia di arte e di condivisione che c’era a quel tempo e per ricordarsi che nonostante gli ostacoli che inevitabilmente si trovano sulla propria strada, la determinazione, la fiducia nelle proprie capacità e la condivisione del percorso con qualcuno rendono il viaggio possibile e bello da compiere.
2. Un indovino mi disse, di Tiziano Terzani. Accettare un limite come un’opportunità per attraversare quella che si pensa essere la linea dei propri limiti, o semplicemente, della propria routine.
3. Eat, pray, love, di Elizabeth Gilbert. Nonostante i pareri contrastanti dei critici puristi che o l’Adelphi o niente. C’è il viaggio, c’è la ricerca di qualcosa di più alto, c’è l’umorismo gentile di chi, nel rimettere insieme i pezzi della propria vita, accetta le proprie debolezze e da lì ricostruisce.
4. Aggiunta last minute: ieri, girovagando per il Libraccio, ho scoperto Habibi, una grafic novel di ambientazione araba di Craig Thompson… un investimento da fare! 🙂
Grazie mille a Laura, che mi ha strappato lacrimucce di commozione – e ha ovviamente scattato tutte le foto del post. La trovate spesso su Twitter e meno spesso (ma con contenuti di ottima qualità) sul suo blog
Il prossimo appuntamento di Letto e viaggiato sarà dedicato all’Islanda, quindi preparate il plaid copriginocchia!

“Letto e viaggiato”: cosa fare vedere leggere per un viaggio in Malesia

11 Set

Prima di partire avevo parlato di un viaggio con più di 70 ore effettive di spostamento sui mezzi pubblici: con il senno di poi era una stima per difetto e ci sono state oltre 100 ore di voli aerei intercontinentali e interni, scalcagnati autobus diurni e curati autobus notturni, traghetti ufficiali che in realtà erano barchette incatramate e taxi condivisi contrattando nella polvere.

Ah sì, eravamo in Malesia.

Quasi chiunque prima di partire ci ha chiesto perché in Malesia? (e perché no?) e in effetti si è rivelata un paese poco conosciuto, un po’ fuori dalle macro rotte del turismo asiatico e dai tour classici in Thailandia, Bali e Giappone.

Per chi ha voglia quindi di iniziare a assaporarla anche senza farsi due scali aerei nel gelido aeroporto di Abu Dhabi, ecco una lista variegata di libri per i vari paesaggi malesi – componibili a scelta neanche fossero mobili del nuovo catalogo Ikea (sì, lo so, grande lettura settembrina).

La giungla. Non si poteva che iniziare dal ciclo dei pirati della Malesia. Sandokan, Yanez e la perla di Labuan sono noti a tutti grazie anche a film e cartoni animati e, anche se Salgari non è mai stato in Malesia di persona ma ha solo raccolto i racconti dei marinai conosciuti al porto, ha dato popolarità a tutta questa terra selvaggia. Anche se non filologici, I pirati della Malesia e Sandokan alla riscossa aggiungono di sicuro un po’ di pepe all’idea di avventurarsi per foreste di mangrovie alla ricerca della famosissima tigre.

Le giungle della Malesia sono per lo più inserite all’interno di parchi nazionali: io vi consiglio quello del Taman Negara, dove incontrerete pacifici tapiri giganti e  potrete passeggiare su ponti di corde sospese a 40 metri di altezza, e il Bako National Park, in cui fastidiosi macachi cercheranno in ogni modo di rubarvi la borsetta e sarete circondati da amichevoli piante carnivore.

(Nel caso non l’avessi detto con sufficiente forza: la giungla è una esperienza stupenda, andateci.)

Il mare. La Malesia è circondata da isole tropicali da cartolina, quelle in cui si può fare il bagno con tartarughe giganti e squaletti vegetariani (pare ripetano spesso “gli umani sono amici, non cibo”). Noi stavamo per saltare questa tappa per andare a ammirare una “vera città rurale malese” e sarebbe stato un errore madornale (abbiamo poi visto la città lo stesso e, come dirò in seguito, non ne valeva la pena).

Insomma, non fatevi ingannare dalle guide alternative e prevedete qualche  tappa in una o due isolette, ne uscirete rilassati rappacificati innamorati.

Se state ancora viaggiando solo con la fantasia gli autori di riferimento sono Conrad e Maugham. Conrad, che ha realmente viaggiato come marinaio in Asia, ha scritto un ciclo di tre Romanzi della Malesia ambientati sulla costa del Borneo (rintracciabili come raccolta o singolarmente, si tratta di La Follia Di Almayer, Il Reietto Delle Isole La Linea d’ Ombra).

Maugham ha scritto invece i Racconti dei mari del Sud, per una panoramica su tutti gli arcipelaghi della zona.

 

Città. No, le città non sono state la meta più amata di questa vacanza – e ve lo dice un animale urbano. In realtà quasi tutte hanno raggiunto la forma attuale negli ultimi 200 anni e parte del non-incanto deriva sicuramente dall’assenza di luoghi storici e rovine polverose.

L’elemento notevole sono però i templi, soprattutto quelli cinesi e indiani. L’influenza cinese è molto forte in tutta la Malesia, quasi tutte le città hanno una piccola Chinatown fornitissima di finte borse Gucci a 5 euro e Kuching, nel Sarawak, è quasi completamente cinesizzata.

Kota Bharu, la sopra citata “città rurale autentica”, in realtà è una cittadina con un grande centro commerciale, un mercato un po’ puzzolente e un museo sulla vita matrimoniale malese del secolo scorso – no, non fatevi affascinare, non era affascinante.

Però, sì, era autentica e probabilmente è proprio in questi posti che si può scoprire la vera mentalità malesiana – anche essere l’unica donna senza velo nel giro di 40km ha aiutato in questo senso. Per scoprire meglio questo tipo di Malesia lo scrittore di riferimento è Tash Aw, il più noto tra gli autori contemporanei del paese: il suo ultimo romanzo è Mappa del mondo invisibile (io l’ho comprato al volo in aeroporto a Kuala Lumpur per 30 monetine malesi, in inglese), ma è molto noto anche il primo, La vera storia di Johnny Lin.

Infine, last but non least, come non abbiamo visto Penang e gli oranghi non ho neppure nulla da dire sulla Trilogia Malese di Burgess: citando il Cantico dei Canticil’ho cercato, ma non l’ho trovato –  e ho cercato parecchio.

Ci tengo a precisarlo: in realtà quasi tutti questi libri, tranne Salgari, sono di difficile reperibilità. Nel caso stiate organizzando un viaggio in Malesia vi conviene acquistarli come eBook o ordinarli per tempo al libraio di fiducia e online.

Ci sarebbero tante storia da raccontare – i bambini di sei anni che ci parlavano perfettamente in inglese, la tempesta perfetta che si è scatenata quando la nostra barca traghetto si è rotta, una coppia di simpatici cinesi in anno sabbatico con cui abbiamo condiviso una colazione a base di pancakes al curry – ma vorrei sentire parlare anche voi.

Vi va di raccontarmi dove siete stati e cosa avete letto? Scrivetemi.

 

5 dettagli da Lettidinotte – e la letteratura di viaggio

22 Giu

Che poi alla fine il mio Lettidinotte di ieri è stato più che altro una bella passeggiata alla Libreria Utopia, in una Milano di inizio estate bollente. E un incontro con Maria Perosino, autrice di Io viaggio da sola.

Non ho letto il libro e l’unica regola che mi sono data per questo blog è di non scrivere di libri che non ho letto. Ma cinque dettagli dell’incontro, ecco, quelli posso dirveli.

Certo che sì (interno della Libreria Utopia)

1. Che il clima era bello e femminile e che gli incontri in 12 in cui tutti fanno domande hanno il sapore ricco di una chicchierata più che quello, più rigido, della presentazione;

2. “Per viaggiare non è necessario percorerre grandi distanze fisicamente. Potete usare il vostro abbonamento annuale ATM come fosse il biglietto di un interRail.(ah, l’interRail!, quanto tempo!)

3. “Concediti anche in città il lusso di andare al ristorante da sola. Poche cose mi danno piacere come origliare le conversazioni dei vicini di tavolo.”

Laura legge Maria Perosino

 4. Il brainstorming sui libri di viaggio. Oltre a Goethe: Quando viaggiare era un piacere (E. Waugh);  Storia dei viaggi in ferrovia (Schivelbusch); Perché essere felice quando puoi essere normale? (Winterson); In viaggio con la zia (Greene); Strade Blu (William Least Heat-Moon) e La passeggiata di Walser. Ma anche la domanda: in quale libro non c’è un viaggio? Pochi, in effetti. Forse tutti i libri sono libri di viaggio, almeno un po’.

5. La domanda marzulliana della serata: Tu ti definiresti psiconauta o geonauta? Personalmente non ho una risposta ma avrei baciato gli occhialini tondi del librario solo per la scelta dei termini.

Bonus track: la Libreria del Mondo Offeso in cui, per un motivo o per l’altro, non riesco mai a andare. Speravo che ieri sera fosse il momento buono ma li ho trovati in pausa-cena, prima del concerto della serata. Peccato. Tornerò al prossimo Lettidinotte – e spero prima!

Draghi, poeti, anticomunisti – Oana e la letteratura rumena

9 Giu

Riassunto delle puntate precedenti: l’autrice del blog, una volta saputo che la Romania sarebbe stata uno dei paesi ospite dell’edizione 2012 del Salone del Libro di Torino, è caduta preda di un profondo sconforto. L’idea di non conoscere alcun libro o autore rumeno l’ha gettata in un pozzo buio in cui solo wikipedia le avrebbe dato parziale conforto – se non fosse comparsa lei, Oana, una salvifica apparizione con le unghie dipinte di rosso. Questo è il racconto della loro chiacchierata sulla letteratura rumena (gelato, purtroppo, escluso). 

Si vede subito che Oana è precisa. E’ arrivata preparata. Ci ha pensato un po’ su e mi ha stampato una lista di autori di cui le piacerebbe parlare. Sono una quindicina.

Eugenia (l’ignorante autrice blabla): Wow. Perfetto. Da dove vuoi partire?

Oana: Possiamo partire dall’inizio: dalle favole. Il primo libro che mi ha letto mia nonna è Ciulinii Bărăganului dell’intellettuale rumeno Panait Istrati. Leggermelo era in realtà un rischio: Istrati era un anticomunista e nelle sue opere per adulti affronta anche il tema dell’omosessualità. Anche se era già morto da 50 anni quando io ero una bambina, Istrati era ancora un autore sulla lista nera nella Romania di Ceauşescu. Non è l’unico scrittore di favole: il nostro autore principale del genere è Ion Creangă, che ha vissuto nell’800. Le favole di Creangă hanno contibuito a diffondere vari termini lessicali e modi di dire, poi entrati nell’uso comune.

I nostri scrittori principali, comunque, hanno prodotto le loro opere tra il XIX e il XX secolo.

E: Qual era l’atmosfera creativa di quei 150 anni?

O: La Romania è sempre stata culturalmente legata alla Francia, persino la maggior parte dei saggi veniva scritta in francese. L’opposizione tra l’allineamento con il regime comunista e il pensiero anticomunista era molto forte, ma tra le due guerre mondiali Bucarest ha avuto un momento di grande fioritura culturale, al punto da essere chiamata Petit Paris. Quel periodo è stato raccontato bene da George Călinescu nel suo Bietul Ioanide, che ha per protagonista un architetto. Călinescu ha anche scritto vari volumi dedicati alla storia della letteratura nel nostro paese.

E: Ci sono altri autori classici da non mancare?

O: Di sicuro Mihail Sadoveanu, un autore comunista che  ha raccontato le nostre tradizioni nazionali e le lotte contadine del ‘400 contro i Turchi. Anche Marin Preda si è dedicato alle saghe di famiglia, raccontando la storia di una famiglia di paesani poveri prima della seconda guerra mondiale.  Ah, non ti dimenticare il nostro poeta nazionale, Mihai Eminescu. Eminescu, che ha vissuto a fine ‘800, si ispirava a romanticismo e simbolismo e ha scritto la più lunga poesia di amore della storia, Luceafărul.

E: E chi sono i tuoi scrittori preferiti?

Mircea CărtărescuE’ uno scrittore contemporaneo tuttora vivente; uno dei suoi libri è l’Enciclopedia dei draghi che ho qui con me. Adoro tutti i suoi romanzi perché mescolano elementi fantastici e ambientazioni reali, miti orientali e miti occidentali. Ma forse quello che mi è piaciuto di più è Orbitor, inizia da quello.

Un altro autore che mi piace moltissimo è Mircea Eliade, che non fu solo un romanziere ma un filosofo, un antropologo e un grande viaggiatore. Da ragazzo visse un paio di anni in India e passò del tempo anche in Italia; i suoi scritti letterari furono molto influenzati da Giovanni Papini. Il suo libro che ho apprezzato di più, e in cui mi sono molto identificata, è legato al tema della giovinezza (Romanul adolescentuli miop, Il romanzo dell’adolescente miope.)

[nda: i romanzi di Eliade sono stati quasi tutti tradotti e editi da Jaca Book. Solo pochi libri di Cărtărescu sono invece disponibili in italiano.]

E: Ti piace la letteratura italiana? Che autori leggi?

O: Ho letto quasi tutti i romanzi di Umberto Eco e Papini in rumeno, prima di arrivare in Italia. Da quando sono qui mi sono appassionata a Baricco e alle storie di Montalbano.

E: Ma Montalbano è difficile! E’ tutto in dialetto!

O: Noo, mi sono abituata con la serie tv. Trovo più difficile Calvino, invece. Ho Le città invisibili sul comodino, ma devo leggere un paragrafo per città alla volta, oppure ho l’impressione di non assimilarle del tutto.

A questo punto Eugenia piange in silenzio pensando alla bellezza de Le città invisibili e riflette sul fatto che: 1) non si possono che leggere una alla volta; 2) prima o poi dovrà aprire una sezione del blog dal titolo “Libri che ho letto a 16 anni e ancora mi fanno sanguinare il cuore”.

Dopo essersi ripresa, parte con: Ultima domanda: e Dracula?!”

Oana ride. Poi risponde: All’inizio odiavo Dracula perché tutti all’estero conoscevano solo quello, la Romania per molti è solo la Transilvania e Dracula.  Poi sono venuta a patti con il fatto che è bello avere tanta pubblicità gratuita per attirare turisti, no?

Non so come ringraziare Oana per essersi prestata per la mia prima intervista, quindi lo farò in modo semplice: grazie. Nel caso fortuito in cui leggiate il rumeno potete seguirla sul suo blog. Un grazie anche a Viviana che, con le sue interviste a persone comuni, ha ispirato le mie (e per il sostegno quotidiano, Vivi!).

Solo una piccola precisazione sul titolo di queste interviste: siamo tutte persone comuni e, senza saperlo, persone speciali – con una bella storia da raccontare. Quindi, se vi va, fatevi intervistare. Offro il gelato!

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