Tag Archives: alice bessoni

“Il macabro è qualcosa che ti appartiene e a poco a poco affiora” – intervista a Stefano Bessoni, autore e regista, con libro in regalo

26 Ott

Essere poliedrici è: scrivere, disegnare, fare video e nel frattempo realizzare pupazzi da usare come modelli. Come Stefano Bessoni, che riesce bene in tutte queste attività (invidia, invidia prondissima!)

Leggete l’intervista a Stefano, in fondo c’è un regalo per voi – soprattutto se appassionati di Alice!

Qual è stato il tuo incontro con l’arte?

Non saprei di preciso e non mi sento un artista. Devo dirti che diffido molto di chi si definisce artista e parla di arte, anche se credo fermamente nell’arte e ne sono un rispettoso studioso ed estimatore.

Disegno chiaramente fin da quando ero bambino e se devo pensare ad un incontro importante sicuramente la mia mente torna indietro ad una Biennale di Venezia di tantissimi anni addietro che aveva per tema i rapporti tra arte e scienza. Fu lì che feci il mio primo incontro con il concetto di wunderkammer, che poi è divenuto uno dei pilastri fondamentali della mia ricerca poetica.

Tu lavori anche con cinema e audiovisivi. Quando hai iniziato a scrivere e disegnare illustrazioni? E in che modo le tue svariate produzioni artistiche dialogano tra di loro?

Semplicemente sono una persona che è ossessionata dalle immagini e che per trasformare questa patologia in qualcosa di costruttivo altra scelta non ha avuto del dedicarsi al cinema. Comunque, al cinema sono arrivato tardi, verso i ventotto, trenta anni. Ho iniziato come illustratore, dopo una deviazione scientifica verso studi dedicati alla zoologia e all’anatomia, e tutt’ora disegno per visualizzare le mie idee. Ultimamente l’illustrazione mi sta gettando una bella zattera di salvataggio dalle infinite difficoltà che sto incontrando nel riuscire a realizzare nuovi film.

Il mio mondo espressivo è strettamente correlato ai miei disegni. Ritengo che il cinema sia il mezzo ideale per estendere le potenzialità delle idee catturate con carta e matita. Considero Peter Greenaway il mio maggiore punto di riferimento, per l’affinità di tematiche e per l’instancabile ricerca nella manipolazione delle immagini. Ammiro inoltre la dimensione poetica dell’opera di Wim Wenders, con particolare predilezione per Il Cielo Sopra Berlino, che considero uno dei pochissimi film in cui l’agilità calligrafica della macchina da presa può essere paragonata allo strumento di un disegnatore.

La prima idea per un nuovo libro: è una frase o un disegno?

E’ un pensiero sfuggente che si presenta la mattina presto mentre corro i miei innumerevoli chilometri quotidiani. Per me è un momento di grande concentrazione, in cui il corpo e la mente lavorano liberi. Poi, tornato a casa, se l’idea rimane, a volte diviene uno scarabocchio, a volte un appunto scritto, altre volte è l’inizio di una nuova sceneggiatura. Ma devo sempre aspettare l’allenamento successivo per rimettere in moto il mio strambo meccanismo mentale.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

Nel cinema gli autori che stimo e che inevitabilmente influenzano il mio lavoro di regista, sono tutti autori fortemente caratterizzati, riconoscibili dopo poche inquadrature e che possiedono uno stile inconfondibile ed una poetica molto vicina alla mia. Ammiro Jean Pierre Jeunet, per il suo mondo grottesco, fumettistico, colorato, poetico. Tim Burton, per il suo universo bambinesco ma oscuro, incentrato sulla diversità. Peter Greenaway, per il suo rigore scientifico e pittorico e per il suo essere barocco, enciclopedico, artificioso e anacronistico. Guillermo Del Toro, per i suoi personaggi usciti direttamente da un vecchio libro di fiabe. Roman Polansky per la poesia del racconto, la malinconia e per la sua teoria del complotto e la fobia per gli spazi chiusi. Terry Gilliam per il suo folle baraccone di curiosità e stranezze che lo trasforma in un moderno Barnum. E poi sicuramente Jan Svankmajer ed i fratelli Quay, pionieri e scienziati pazzi di quella stramba disciplina che è l’animazione in stop-motion.

Non mi piace l’horror e mi da fastidio che si generalizzi sempre sul mio lavoro e mi venga “appioppata” l’appartenenza a questo genere. Io sono macabro, mortifero, forse gotico, ma non “horror”.

Il macabro è cultura, spinta emotiva, elemento esistenziale, fattore d’ispirazione e creatività. Il macabro è qualcosa che ti appartiene e a poco a poco affiora costringendoti ad esplorarlo e a trasformarlo in forma espressiva.

L’orrore è divenuto oggi la mercificazione del macabro, quell’esigenza “pop” che ha trasformato il “perturbante” in oggetto di consumo e lo ha contaminato volgarmente con sesso e violenza.

Mi viene in mente una frase di una vecchia canzone di Franco Battiato: “In quest’ epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore…

Mi piacciono le illustrazioni di Dusan Kallay, di Roland Topor, di Lisbeth Zwerger, di Elizabeth McGrath. Impazzisco per le fotografie di Joel Peter Witkin. Inoltre adoro le ballate macabre di Nick Cave, ascolto estasiato il punk balcanico dei Gogol Bordello, il folk francese dei Tetes Raides, e poi Mano Negra, Les Negresses Vertes…

Che rapporto hai con la lettura? Potresti darmi tre consigli di lettura?

Cerco di leggere il più possibile, cercando cose che possano stimolarmi intellettualmente e anche far scaturire nuove idee. I miei riferimenti classici sono Kafka, Borges, Poe, Schulz, Hoffmann.

Consiglierei di leggere Carnival Love di Katherine Dunn, Trilogia della città di K di Agota Kristoff e se ancora non l’avete letto Alice nel paese delle meraviglie… al limite rileggetelo, una sola lettura non basta.

E per chi come me corre e scrive, o disegna, consiglio assolutamente L’arte di correre di Murakami.

Quale sarà il tuo prossimo progetto?

I “Galgenlieder” (canti della forca), un progetto che spazierà tra illustrazione e cinema. Vorrei realizzare un libro ed un film e ci sto già lavorando concettualmente da molti anni.

L’idea prende spunto da una serie di “filastrocche” apparentemente infantili dello scrittore tedesco Christian Morgenstern (Monaco di Baviera, 1871 – Merano, 1914) raccolte sotto “Galgenlieder” (Canti della Forca), “Palmstroem” e “Palma Kunkel”, una serie di componimenti per alcuni  aspetti accomunabili al “non-sense” carrolliano. Tali scritti sono intrisi di un grottesco spietato che trasforma il concetto di macabro in una riflessione profonda sul senso della vita, spostandosi così in territori vicini più alla filosofia ( Nietzsche in particolare) che alla narrativa per bambini.

I Galgenlieder sono, secondo quello che Morgestern stesso racconta in un suo commento, i canti immaginari di un gruppo d’impiccati che penzolano sul colle del patibolo, punto d’osservazione privilegiato che consente loro di poter scorgere quelle verità che un punto di vista distratto e “vitale” lascia sfuggire nel vortice della normalità, della banalità. Morgenstern affermò di aver voluto esprimere, attraverso la poesia del patibolo, la sua personale concezione del mondo, la sua meditazione sull’uomo, sulle sue piccolezze e sulle sue paure.

In queste serie di filastrocche ho trovato alcuni personaggi appena abbozzati. Ho voluto inventare per loro delle fisionomie, dei caratteri e sviluppare una piccola storia per poterli unire tutti in un’unica vicenda giocando così liberamente con il mirabolante popolo del patibolo creato da Morgenstern. Chiaramente, pur partendo da qualcosa di già scritto, si tratta di un lavoro di pura invenzione, in quanto i “Galgenlieder” altro non sono che una serie di componimenti poetici che non mostrano apparentemente una struttura narrativa coesa, il filo conduttore è rappresentato da una continuità stilistica e tematica che permette al lettore di spaziare e di fantasticare, plasmando questo mondo a suo totale piacimento.

 Infine, se ti va, presentati.

Scarabocchio, scrivo, faccio film. Vorrei tanto avere un brevetto da palombaro ed uno per guidare  dirigibili e palloni aerostatici. Mi piacerebbe avere un coccodrillo come animale domestico, al quale cederei volentieri la mia vasca da bagno. Ho la mia wunderkammer e prima o poi sono sicuro che riuscirò a fabbricare un homunculus. Non so guidare le automobili, ma non me ne preoccupo troppo, in fondo ci sono i tram, i treni, le biciclette e oltretutto ci sono sempre le gambe. Io ho buone gambe e stranamente credo di avere anche una buona testa, al contrario di ciò che si dice in questi casi.

Da piccolo sognavo di diventare un becchino, ma poi non ci sono riuscito e così, dopo una deviazione verso la zoologia e le scienze naturali, mi sono diplomato all’Accademia di Belle Arti. Poi ho deciso di fare cinema, che è il mezzo espressivo che prediligo, anche se il disegno rimane per me uno strumento fondamentale nel mio lavoro quotidiano. Comunque non mi considero un illustratore, ma uno ‘scarabocchiatore’ e quando vedo i lavori degli altri illustratori sono colto da profondi complessi d’inferiorità.

Le fiabe ed il mondo dell’infanzia sono un elemento fondamentale della mia poetica, oltre al mondo della scienza, in particolare l’anatomia umana, la zoologia e tutte le cosiddette ‘scienze inesatte’, o ‘anomale’.

Mi incanta la dimensione irreale delle fiabe, che trovo più reale del reale, dove tutto è possibile, ma non casuale. Il sogno si trasforma in incubo, il mite omino in orco, la tenera vecchina in strega. I bambini sono fatti a pezzi e divorati dai genitori per poi tornare come spettri vendicativi. Mi affascina tutto questo e mi piace lavorare sul potenziale iniziatico tipico della fiaba. La fiaba diviene l’immagine speculare del mondo reale dove i pericoli sono narrati per mettere in guardia il bambino ignaro che si prepara ad affrontare il mondo, e , perché no, anche l’adulto.

Ho realizzato tanti cortometraggi, documentari e lavori televisivi, ma le cose più importanti ed impegnative che ho fatto sono i film di questi ultimi anni: “Frammenti di Scienze Inesatte”, “Imago Mortis” e “Krokodyle”. E poi ci sono i miei libri illustrati: Homunculus, Wunderkammer e Alice sotto terra.

Volete entrare nell’universo di Stefano? Oltre a visitare il suo blog, potete lasciare un commento a questo post entro martedì 30/10 alle 23:59. Un commentatore estratto a sorte vincerà una copia di Alice sotto terra – il libro perfetto per la notte di Halloween, a mio modesto parere. 

Come al solito potete lasciare commenti anche in forma anonima e di una parola (o una emoticon), quindi non siate timidi e commentate!

Grazie mille a Stefano Bessoni, a Alice e a tutti i suoi personaggi!

 

***Update: commenti chiusi, l’estrazione dopo il Lucca Comics – o al Lucca Comics, se trovo un buon momento!***

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: