Tag Archives: david foster wallace

(Quando siamo da qualche altra parte) anche se dovremmo essere qui.

10 Ago

Chiudo per ferie: parto per un viaggio e tornerò, come da regola, a settembre. Sono nata il primo giorno di scuola e per me l’anno è sempre iniziato davvero non a gennaio ma a settembre, con l’acquisto dei quaderni nuovi e con il lavaggio della cartella, con le idee fresche e l’agenda pulita. Ma ora, parto!

Sentitevi fortunati, vi ho risparmiato un post sulla tragedia della scelta dei libri da portare con me (ricordate le 70 ore su mezzi di trasporto?). Tuttavia, nel caso dovessi tragicamente mancarvi durante la mia assenza, vi ripropongo alcuni post scritti da questa primavera – e che vi sono piaciuti:

1. Sì, sicuramente le recensioni a fumettiLa ragazza dai capelli strani di DFW e  il domino da ritagliare de Il tempo è un bastardo – ma anche Orgoglio e pregiudizio e zombie,  La voce delle ossa e dieci suggerimenti per diventare un genio (da Katz);

2. Le idee schiscetta dello chef Murakami: ricordate, schiscetta vince sempre, soprattutto in agosto quando bar e tavole calde chiudono;

3. Il fotoracconto della visita di Zerocalcare a Milano;

4. Come fare una libreria con le cassette di frutta: pare ci sia un nuovo trend in atto, è uno dei miei post più cercati più letti (doh!);

5. Infine il mio primo post, dedicato a The Marriage Plot di Eugenides – sì, eravamo tutti semiotici minorenni e sì, abbiamo tutti iniziato da qualche parte.

Passate bellissime giornate, e a presto!

Infinite Jest: fatevi aiutare (ne vale la pena)

25 Lug

La prima cosa che posso dire su Infinite Jest, e che dovete tenere a mente per tutta la durata del romanzo, è che non conosco nessuno che lo abbia finito e non lo abbia adorato.

E’ un libro difficile da leggere ma facile da amare. Sì, ci saranno piani sequenza lunghissimi e nomi di farmaci e principi attivi impronunciabili e balzi temporali feroci ma sì, ne vale assolutamente la pena. E contemporaneamente:  sì, potreste avere bisogno di una mano per arrivare in fondo alle 1.282 pagine del molosso in traduzione italiana.

Di seguito alcuni spunti per darvi un po’ di carica – non tutti sono completamente spoiler free, quindi potete anche utilizzarli come supporto per ri-vedere e ri-capire il libro una volta finito. Tanto vi verrà subito voglia di rileggerlo, che credete?

1. L’indice dei nomi e dei luoghi: oooh, sì che è utile, sì.

2. Mappa dei capitoli/eventi e note a pié di pagina.

3. L’Infinite Jest Wiki: c’è di tutto, affondateci.

4. Lo schema dei personaggi personali e delle relazioni:

5. Le mappe di Eschaton e un altro diagramma dei personaggi:

6. Zadie Smith che parla di David Foster Wallace e Infinite Jest. Queste riflessioni sono presenti anche nel saggio dedicato a DFW di Cambiare idea.

7. Il video di Calamity Song dei Decemberists che ripercorre la partita di Eschaton principale del libro (è commovente, guardatelo!).

A tutto questo aggiungerei due consigli personali. Il primo è di leggere Infinite Jest per la prima volta in italiano (o nella propria lingua materna). Siamo tutti appassionati di letteratura (e serie TV, ops) in lingua originale ma il testo non è dei più semplici e in inglese può spaventare.

Il secondo è di trovarsi un compagno di lettura, qualcuno con cui parlare del libro mentre lo state leggendo. Vi servirà per esaltarvi a vicenda su alcuni passaggi gloriosi e darvi la classica mano-cui-aggrapparsi quando affondate nella palude. La mia compagna di lettura di tutta l’opera di DFW è stata ed è Barbara – che ringrazio moltissimo per le discussioni infinite e gli ooooh condivisi.

Coraggio, cosa aspettate? E’ anche il libro perfetto per una vacanza lunga!

***Sempre a tema DFW, qui c’è la recensione a fumetti de La ragazza dai capelli strani e qui qualche appunto su Il re pallido***

Recensioni a fumetti: La ragazza dai capelli strani (e le raccolte di racconti)

23 Lug

Della noia e del dettaglio (Il Re Pallido, DFW)

1 Mag

La burocrazia e la noia. Scrivere di burocrazia e di noia senza essere appassionanti come il manuale del commercialista e soporiferi come il Tavor è molto, molto difficile. Così difficile che pochi autori ci provano – perché oltre che difficile è naturalmente tedioso in sé e richiede competenze specifiche complesse, quindi perché mettersi a scrivere del sistema delle tasse e dell’incasellamento del singolo liquidatore quando si può scrivere di pirati ciechi e alieni blu?

Pochissimi scrittori sono in grado non solo di cavalcare il mostro a due teste della noia e della burocrazia, ma addirittura di farcele percepire al secondo grado – non ad annoiarci, ma a farci sentire cosa sia la noia, cosa sia rimanere tutto il giorno seduti alla stessa scrivania processando una pratica dopo l’altra sapendo che non cambierà, non cambierà mai, per anni e anni. Vengono in mente solo Kafka e David Foster Wallace: forse ce ne sono altri, ma dubito che siano molti.

Ne Il re pallido, la noia ha diritto a ampissimo spazio. Non è solo la noia, le noie diverse, dei singoli impiegati dell’agenzia delle imposte (anche se è soprattutto quella). E’ anche la noia degli studenti svogliati per cui una sera in biblioteca e una al pub hanno esattamente lo stesso peso, la noia delle peregrinazioni lunghissime in camper, la noia insomma dei gesti ripetuti senza un senso forte. E’ una noia che tocca nell’intimo e così pervasiva, così pessimista di per sé che andava in qualche modo mitigata. DFW sceglie la strada golosa dell’autobiografia: nel libro vari paragrafi sono narrati dall'”autore stesso”, o da un narratore che si finge tale, che si finge David Wallace e ci racconta la genesi del libro, il suo percorso universitario e perché da ragazzo lavorò per un anno per l’Agenzia delle Entrate americana. La messa in scena dell’autore, ricca di dettagli sul carattere e sulla famiglia, fino al brutto stato della sua pelle da giovane, è  particolarmente commovente in un romanzo rimasto incompiuto causa suicidio e suscita un interesse speciale per chiunque abbia amato gli altri libri di DFW.

Tuttavia, tuttavia, la differenza con il resto dell’opera è forte. Gli altri romanzi di DFW sono così costruiti da dare l’impressione di entrare in un tunnel dell’amore, o degli orrori: si entra al buio, si vedono una serie di scene splendide o terrificanti illuminate ad arte, ci si trova a testa in giù, si va quasi a sbattere contro un mostro gigante e di colpo si è fuori, senza aver capito nulla, ma con il cuore in gola e la voglia di rifarlo (e di rileggere). Il re pallido, purtroppo, non è così: è un susseguirsi di stanze, alcune arredate solo in parte, ma tutte pienamente illuminate. Le stanze sono interessanti, ma non ci si trova all’uscita con il battito raddoppiato.

Chi dice come orientarsi nell’opera di DFW scrive de Il re pallido: non lo leggerai. Modestamente, mi permetto di aggiungere: non lo leggerai subito, ma vorrai leggerlo dopo aver letto tutto il resto.

Il re pallido, come tutti i romanzi di David Foster Wallace, è edito Einaudi. (Le foto sono state scattate al Salone del Mobile di Milano di questo mese. La tavoletta grafica ed io abbiamo ancora una relazione difficile ma prima o poi ci capiremo, prometto.)

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