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“Una casa alla fine del mondo”, ovvero: disquisizione sui Libri-Meno-Famosi

21 Gen

una casa alla fine del mondo

Si dice che le mamme amino tutti i figli allo stesso modo, ma si dice anche che non è del tutto vero e che ne cuore c’è sempre un angolino privilegiato per il figlio preferito. Per i grandi scrittori forse vale la stessa regola: uno scrittore bravo di solito scrive sempre abbastanza bene, ma qualche libro esce meglio degli altri, qualcuno ha davvero l’alchimia del capolavoro (e altri, beh, no).

Nell’ultimo mese ho letto vari Libri-Meno-Famosi, o secondi libri. (Questa frase è una parziale bugia: nelle ultime tre settimane ho letto quasi esclusivamente A Dance with Dragons, il quinto capitolo della saga A Song of Ice and Fire. Diciamo che “negli ultimi due mesi” ho letto vari Libri-Meno-Famosi – e su Martin tornerò poi con uno o vari post ad hoc).

Per alcuni dei Libri-Meno-Famosi non c’è molto da dire: possono essere interessanti, appassionanti, scritti con garbo ma no, non sono al livello di quelle star da stadio che sono i loro fratelli più noti. Di questa categoria fanno parte anche The Marriage Plot di Eugenides (ma era sicuramente difficile scrivere il primo romanzo dopo Middlesex) e, temo, anche NW di Zadie Smith. Li includo nell’elenco a malincuore perché, pur non essendo a 10 stelle, sono comunque libri di spessore, che provano a sperimentare idee e temi nuovi. Invece finisce di diritto tra i Libri-Meno-Belli L’Estranea di McGrath (l’autore di Follia): noiosetto, vecchiotto e lagnosissimo.

Per controbilanciare alcuni di questi libri meno riusciti esistono però casi davvero brillanti di libri nascosti, di figlioli più timidi ma non meno meritevoli. Questo è certamente il caso di Una casa alla fine del mondo, di Michael Cunningham. Conoscete sicuramente Cunningham per The Hours: se per qualche motivo vi siete persi il Pulitzer del 1999 e il film ad esso ispirato potete chiudervi in casa per una intera domenica e godervi (o ri-godervi) un intreccio di storie magnifico e un paio di libri di Virginia Woolf in sovrappiù – scoprirete perché, nel caso non lo sappiate già.

Ma, anche dopo The Hours, Una casa alla fine del mondo non delude. Cunningham riutilizza -molto bene- la tecnica della narrazione corale e ci trasporta negli Stati Uniti di qualche decina d’anni fa, nella provincia dei cinematografi, nella New York dei dischi con giradischi, ai margini del deserto. Il libro è bello: a tratti commovente, a tratti triste. Sempre delicatissimo.

E poi diciamocelo, chi non prova un po’ di tenerezza per questi figli meno famosi, per queste opere meno patinate, per quelle storie da scovare tra gli scaffali e non impiramidate in vetrina?

Buone letture, ché l’inverno è ancora lungo!

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Frammenti di un’amore analizzato (J. Eugenides, The Marriage Plot)

20 Apr

Le biblioteche, le feste, le biblioteche. Il codice binario delle sigarette. Le analisi, le continue analisi. Le frasi incomprensibili. Gli amori pensati, gli amori strapazzati, gli amori analizzati e psicanalizzati. Le citazioni, le citazioni continue. Le lettere scritte a mano. I film in bianco e nero, i film con i sottotitoli. I farmaci. La letteratura come un labirinto, come uno schema, come un quadrato. I Frammenti di un discorso amoroso, i quest’estate-vado-in-India. Il metalinguaggio, il meta-meta linguaggio. Il più profondo è la pelle. Derrida, Deleuze, Barthes e i classici dell’Ottocento.

The Marriage Plot: un libro sui libri, un libro attraverso i libri. Sul rapporto difficile, sul rapporto ossimorico tra analisi e amore: su come non si possa non analizzare ciò che si ama, su come si ami profondamente ciò che si analizza, su come ogni analisi sia un’analisi su se stessi.

Per chi: ha studiato semiotica, per chi ha studiato filosofia e letteratura, per chi ama (e ha amato, e se ne è vergognato, e tuttavia ricorda) strutturalismo, post-strutturalismo, decostruzionismo. Non per chi: ha amato moltissimo Middlesex. The Marriage Plot è estremamente gradevole ma no, non è un Pulitzer.

The Marriage Plot è il terzo libro di Jeffrey Eugenides. In Italia è pubblicato come La trama del matrimonio (Mondadori, 2011). Per una lettura critica consiglio l’articolo di Steven Johnson per il New York Times, I Was un Under-Age Semiotician (sì, eravamo tutti semiotici minorenni).

Grazie a Barbara, che posa nell’immagine con la mia vecchia copia dei Frammenti di un discorso amoroso. Nella stessa giornata Claudia ha scattato queste foto a tema assenza – probabilmente perfette per illustrare la scena madre tra Leonard e Madeleine. Buona lettura.

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