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Sei tu mia madre? – Interrogazione dialettica tra gli appunti di Alison Bechdel

18 Feb

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C’è, in questo libro, un senso di necessità. Necessità dell’indagine autobiografica, necessità delle citazioni, necessità della vergogna espressa in certi passaggi. Ma anche necessità del tratto, delle linee rette, della palette sui tre toni del grigio/rosa/bianco.

Il rapporto tra una donna ormai adulta e sua madre può non sembrare un soggetto appassionante. Se aggiungiamo poi che la donna è lesbica e si fa vari anni di terapia il rischio del melodramma uterino è dietro l’angolo. Tuttavia Alison Bechdel riesce a gestire con il soggetto con una sorta di rassegnazione che rende la sua opera inevitabile, come i rapporti familiari stessi: è andata così perché è andata così (e la cosa migliore che possiamo fare è provare a uscirne).

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Grande lettrice di romanzi e di psicanalisi, la Bechdel scrive quindi il fumetto catartico che racconta il complicato percorso dello scrivere stesso sui suoi genitori, e quindi di venire in qualche modo a patti con la sua complicata storia familiare. Il tocco di genio è inserire la voce (e la faccia) dei suoi mentori cartacei, in particolare Virginia Woolf e Donald Winnicot.

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Le opere e la vita della Woolf e di Winnicot si legano all’opera e alla vita della Bechdel, che interpreta costantemente le une con le altre. Tra i personaggi del libro fondamentale è anche la mamma stessa di Alison, attrice e donna di casa, che veste i panni complessi della madre forse non sufficientemente buona.

Tra relazioni omosessuali, disegni, lettere e moltissime telefonate il libro della Bechdel mette a nudo il nodo gordiano della relazione con la madre – riuscendo, tuttavia, a mantenere un’ottima dose di equilibrio .

Il libro, comunque, centra perfettamente l’intento del parlare ai lettori della propria relazione con la mamma, funzionale o meno – e lo ammetto, alla fine mi sono commossa.

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Vi serve un’ultima spintarella per leggerlo? Basta il fatto che recuperi questa splendida citazione di Una stanza tutta per sé:

… ma ciòche non trova è proprio quella creatura assorta, affaticata, perplessa, qualche volta ispirata, che si siede al tavolino cercando di combinare parole: se stessa.

(Certo, poi dovrete rileggere anche la Woolf e magari Winnicot: che peccato, vero?)

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“Una casa alla fine del mondo”, ovvero: disquisizione sui Libri-Meno-Famosi

21 Gen

una casa alla fine del mondo

Si dice che le mamme amino tutti i figli allo stesso modo, ma si dice anche che non è del tutto vero e che ne cuore c’è sempre un angolino privilegiato per il figlio preferito. Per i grandi scrittori forse vale la stessa regola: uno scrittore bravo di solito scrive sempre abbastanza bene, ma qualche libro esce meglio degli altri, qualcuno ha davvero l’alchimia del capolavoro (e altri, beh, no).

Nell’ultimo mese ho letto vari Libri-Meno-Famosi, o secondi libri. (Questa frase è una parziale bugia: nelle ultime tre settimane ho letto quasi esclusivamente A Dance with Dragons, il quinto capitolo della saga A Song of Ice and Fire. Diciamo che “negli ultimi due mesi” ho letto vari Libri-Meno-Famosi – e su Martin tornerò poi con uno o vari post ad hoc).

Per alcuni dei Libri-Meno-Famosi non c’è molto da dire: possono essere interessanti, appassionanti, scritti con garbo ma no, non sono al livello di quelle star da stadio che sono i loro fratelli più noti. Di questa categoria fanno parte anche The Marriage Plot di Eugenides (ma era sicuramente difficile scrivere il primo romanzo dopo Middlesex) e, temo, anche NW di Zadie Smith. Li includo nell’elenco a malincuore perché, pur non essendo a 10 stelle, sono comunque libri di spessore, che provano a sperimentare idee e temi nuovi. Invece finisce di diritto tra i Libri-Meno-Belli L’Estranea di McGrath (l’autore di Follia): noiosetto, vecchiotto e lagnosissimo.

Per controbilanciare alcuni di questi libri meno riusciti esistono però casi davvero brillanti di libri nascosti, di figlioli più timidi ma non meno meritevoli. Questo è certamente il caso di Una casa alla fine del mondo, di Michael Cunningham. Conoscete sicuramente Cunningham per The Hours: se per qualche motivo vi siete persi il Pulitzer del 1999 e il film ad esso ispirato potete chiudervi in casa per una intera domenica e godervi (o ri-godervi) un intreccio di storie magnifico e un paio di libri di Virginia Woolf in sovrappiù – scoprirete perché, nel caso non lo sappiate già.

Ma, anche dopo The Hours, Una casa alla fine del mondo non delude. Cunningham riutilizza -molto bene- la tecnica della narrazione corale e ci trasporta negli Stati Uniti di qualche decina d’anni fa, nella provincia dei cinematografi, nella New York dei dischi con giradischi, ai margini del deserto. Il libro è bello: a tratti commovente, a tratti triste. Sempre delicatissimo.

E poi diciamocelo, chi non prova un po’ di tenerezza per questi figli meno famosi, per queste opere meno patinate, per quelle storie da scovare tra gli scaffali e non impiramidate in vetrina?

Buone letture, ché l’inverno è ancora lungo!

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